Jajajajaja… fratello, devo iniziare con una grossa risata! È una domanda o una provocazione?

In realtà è una domanda che mi piace, perché io e te su questo argomento abbiamo parlato tante volte. E quasi sempre ci siamo trovati d'accordo. Non tanto sul fatto che esistano le classifiche o che alcuni bar meritino di esserci. Quello è un altro discorso. Quello che ci siamo chiesti tante volte è dove questo concetto di lista stia portando la nostra industria e quale cultura stia contribuendo a creare.

Quando dici che io e i miei soci del Jerry Thomas siamo stati tra i primi a lavorare con quel network internazionale, in realtà mi spiazzi un po'. Noi non abbiamo mai lavorato per quel network. La nostra storia è stata diversa.

Noi abbiamo lavorato sulla formazione. Può sembrare una differenza sottile, ma per me è enorme. Dal 2002 io, Leo e Antonio abbiamo iniziato a fare formazione e, dopo oltre vent'anni, è ancora il centro del nostro lavoro. È cambiato il modo di farla, oggi è più specialistica, più verticale. Pensa, per esempio, al percorso che facciamo insieme sui distillati messicani. Ma il principio è rimasto identico: studiare, condividere e mettere in circolo conoscenza.

Se ripenso a quegli anni non vedo un network costruito per ottenere visibilità. Vedo una rete di relazioni umane. Persone curiose che avevano voglia di imparare e che sentivano il bisogno di confrontarsi.

Abbiamo invitato professionisti dall'estero quando in Italia certe cose ancora non si conoscevano. Organizzavamo incontri, degustazioni, seminari. Qualche guest, certo, ma non era quello il punto. Il punto era creare un luogo dove la gente potesse discutere fino alle tre del mattino di un ingrediente, di una tecnica, della storia di un cocktail o della fermentazione di un distillato.

Roberto Artusio

Erano notti passate dentro un bar, con bottiglie aperte ovunque, quaderni pieni di appunti e una curiosità infinita.

Si rideva tantissimo, si beveva, si stava insieme, ma nessuno sentiva il bisogno di salire in piedi su un bancone, travestirsi o spararsi uno shot direttamente dalla bottiglia per dimostrare qualcosa.

L'attenzione era tutta sul contenuto.

Quando penso a quel periodo sorrido. C'erano persone come te, Patrik e tanti altri bartender che oggi hanno scritto pagine importanti del bartending italiano. All'epoca nessuno parlava di branding personale o di algoritmi. Stavamo semplicemente costruendo, quasi senza accorgercene, una cultura comune.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui faccio fatica a sentirmi responsabile di quello che è arrivato dopo.

Mi sento responsabile, semmai, di aver contribuito a costruire una comunità. Di questo sì, e ne sono orgoglioso.Quello che è successo successivamente, invece, credo sia il risultato di un cambiamento molto più grande, che ha coinvolto tutta la società e non soltanto il bartending.

L'arrivo dei social media ha cambiato profondamente il modo di raccontare il nostro mestiere.

A un certo punto la ricerca ha iniziato a lasciare spazio all'apparenza. Lo studio è stato sostituito dalla comunicazione. Il valore di un professionista ha iniziato a essere misurato anche dal numero di follower, dai like, dalle condivisioni.

E attenzione: non sto dicendo che i social siano il male.

Sono uno strumento straordinario.

Il problema nasce quando lo strumento diventa il fine.

Quando fai una cosa non perché credi abbia valore, ma perché funzionerà meglio in un video da trenta secondi.

Parallelamente sono entrate nella nostra industria figure che prima non esistevano: social media manager, agenzie di comunicazione, consulenti di marketing, riviste lifestyle. Figure importanti, sia chiaro. Ma in alcuni casi sono diventate loro a decidere cosa fosse interessante, cosa meritasse attenzione e cosa no. È come se il racconto del bartending fosse finito nelle mani di persone che, spesso, il bartending lo conoscevano soltanto da fuori.

E questo, inevitabilmente, ha cambiato le regole del gioco. Tu sai bene cosa è successo anche a noi con La Punta. Ci ha contattati un'agenzia indiana legata proprio al mondo delle classifiche. Ci hanno invitato a fare una guest in India, ma a una condizione: che poi noi ricambiassimo l'invito.

È proprio questa logica che mi mette a disagio.

Non lo scambio culturale.


Lo scambio di visibilità. L'idea che tutto debba trasformarsi in una moneta di ritorno. Noi abbiamo deciso di dire di no. Probabilmente abbiamo rinunciato a qualche fotografia, a qualche like e forse anche a qualche posizione.
Ma abbiamo conservato la libertà di scegliere perché viaggiare.
Perché io te siamo sempre stati degli spiriti nomadi. Abbiamo investito i nostri soldi per andare a conoscere persone, territori e culture.Non vogliamo collezionare timbri sul passaporto. Vogliamo imparare.

E quanti posti incredibili abbiamo scoperto in questo modo. Il Café de la Paix a Parigi. I genever bar olandesi. Il Museo del Genever a Schiedam. E poi quel giorno a La Capilla, quando abbiamo conosciuto Don Javier, il creatore del Batanga. Un uomo che non aveva mai avuto bisogno di rincorrere il mondo perché era stato il mondo a entrare nel suo piccolo bar. Quell'incontro mi ha insegnato più di tante conferenze. Perché certe persone ti ricordano che il valore di un luogo non nasce dal numero di fotografie che gli vengono scattate, ma dalle storie che riesce a lasciare dentro chi lo attraversa. Per questo continuo a pensare che non tutto sia perduto.

Anzi.

Negli ultimi anni ho ritrovato un entusiasmo enorme entrando in piccoli bar di provincia, nelle periferie delle grandi città, in posti che forse non finiranno mai in una classifica internazionale. Lì incontro ragazzi e ragazze che studiano davvero.

Che assaggiano.
Che leggono.
Che fanno ricerca.

Che costruiscono un'identità pensando prima alle persone che ogni sera entrano dalla porta e solo dopo all'immagine che potranno dare di sé. Quello, per me, è il futuro. Molti di loro sognano legittimamente di entrare in una lista. E glielo auguro. Ma spero che non dimentichino mai che esiste una lista molto più importante. È quella dei clienti che ritornano.

Quella delle persone che scelgono il tuo bancone per festeggiare un momento importante, per raccontare un problema, per innamorarsi, per ritrovare un amico. Quella lista non viene pubblicata ogni anno. Si costruisce ogni sera. E forse è anche l'unica che resta davvero.Se quindi mi chiedi se mi sento responsabile, ti rispondo così.
Mi sento responsabile di aver contribuito a costruire una cultura della condivisione.
Mi sento responsabile di aver trasmesso curiosità.
Mi sento responsabile di aver creduto che un bartender dovesse essere prima di tutto uno studioso e un artigiano
.

Se poi una parte di quella cultura è stata trasformata in una rincorsa all'apparenza, ai numeri e alle classifiche, credo che quello appartenga a un'altra storia. La nostra, almeno per come l'abbiamo sempre immaginata, era un'altra. E ho ancora un piccolo sogno.

Che, indipendentemente dalle classifiche e dalle mode, il Jerry Thomas venga ricordato per quello che è stato davvero: il luogo in cui quattro bartender italiani hanno riportato in vita il Professor

Jerry Thomas e hanno dimostrato che un bar può essere prima di tutto un laboratorio di idee, di formazione e di cultura.
Se un giorno il Jerry continuerà a vivere guidato da giovani bartender che avranno ancora voglia di studiare, condividere e mettere la conoscenza davanti all'apparenza, allora penserò che tutto quello che abbiamo fatto avrà avuto davvero un senso.

Vorrei chiudere con un pensiero, più che con un consiglio.

Riprendiamoci i nostri bar.
Riprendiamoci il diritto di decidere che cosa vogliono rappresentare, senza lasciare che siano altribusiness a stabilire il valore del nostro lavoro. Un bar non dovrebbe essere guidato dagli algoritmi, dalle strategie di marketing o dalla ricerca del consenso, ma dalle persone che ogni giorno ci vivono dentro.
Torniamo a parlare di ospitalità, di cultura, di studio e di condivisione.

Perché se il bar torna a essere dei bartender e dei suoi clienti, allora tutta la nostra industria tornerà a crescere nella direzione giusta.

E ora:

Ciao Livio, qualche tempo fa abbiamo fatto una bella chiacchierata e, pensando a questa conversazione, mi sei venuto subito in mente tu. Sei un giovane proprietario di un bar, ma anche musicista, e secondo me è interessante vedere come questi due mondi convivono nella tua vita.Partirei proprio dai sogni: oggi,guardandoti intorno, senti di essere riuscito in qualche modo a realizzarli?
Perché sia il mondo dei locali sia quello della musica sono cambiati parecchio. Ci sono i social, il marketing, le classifiche, la necessità di costruirsi un’identità, di farsi conoscere… Insomma, sembra che oggi non basti più semplicemente fare bene quello che fai.
Tu che hai scelto di aprire un bar, quanto senti questa pressione? Quali sono, secondo te, le difficoltà più grandi nell’aprire e far funzionare un locale oggi? Bisogna necessariamente adeguarsi a tutto quello che gira intorno ai social e al marketing per emergere, oppure credi ancora che possa bastare avere una buona idea, fare bene il proprio lavoro e aspettare che siano le persone, magari curiose di scoprire qualcosa di nuovo, a trovarti?
E forse la stessa cosa vale anche per la musica. Tu, da musicista, che rapporto hai con questo cambiamento? Ti piacerebbe ancora l’idea un po’ romantica di andare a suonare nei localetti (Seattle😂), vivere la scena musicale e magari diventare una rockstar? Oppure oggi anche il sogno del musicista passa inevitabilmente da Instagram, dai video, dai follower e dalla necessità di costruirsi un pubblico?
Alla fine mi sembra che, sia nel bar sia nella musica, ci sia sempre lo stesso tema: quanto spazio c’è ancora per fare semplicemente ciò che ami e quanto, invece, bisogna imparare a raccontarlo e venderlo agli altri?


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