DA VITTORIO. BRUSAPORTO
Tre stelle Michelin che pesano come macigni dal 2010 e che anche per il 2026 restano inchiodate lì, sul muro di via Cantalupa. Se pensi al classico stellato impettito dove devi parlare sottovoce, sei fuori strada. Qui il lusso c’è, è ovunque, ma non ti schiaccia. Ti accoglie.
Parliamoci chiaro: entrare in questo tempio della gastronomia costa. Un menu degustazione viaggia oltre i 300 euro e la carta non scherza. La domanda che ti martella in testa mentre varchi il cancello della Dimora è sempre la stessa: “Ha davvero senso spendere metà stipendio per un piatto di pasta?”. In un momento storico in cui le trattorie “veraci” si riprendono la scena e gli stellati sembrano dinosauri, noi siamo andati a vedere se i Cerea sanno ancora colpire allo stomaco.
L’impatto. Entrare qui è come finire dentro una copertina di Architectural Digest, ma con il calore di una casa vera. È un gioco di luci e di un’accoglienza che non è servilismo, è mestiere. Lo staff, coordinato da Francesco e Rossella Cerea, è un’ombra presente: sanno esserci senza romperti le scatole, una dote rara in un mondo di camerieri che si credono star.

LA MACCHINA DA GUERRA
Ti siedi e la cucina a vista è il tuo schermo 4K. Lì dentro c’è un esercito. Decine di persone che si muovono in un caos calmo, una coreografia millimetrica dove lo stress dovrebbe essere a mille e invece vedi solo sorrisi e una precisione che fa paura. Chicco e Bobo Cerea comandano la nave con una tranquillità che appare quasi spontanea, preparando piatti che sembrano opere d’arte ma che sanno di sostanza.
Il percorso. Non è una cena, è un viaggio narrato. Dallo staff ti arriva ogni dettaglio, ogni storia. Ti portano a spasso tra i classici come l’Uovo all’Uovo (un’icona di tecnica e caviale) o il mitico crudo “D’Amare”. Ogni portata è un’esplosione: colori che sembrano finti da quanto sono accesi, ma sapori che ti svegliano i sensi. Tutto è curato fino all’ultimo millimetro, eppure ti senti nel posto giusto al momento giusto.

IL PACCHERO
E poi arriva lui. Il motivo per cui mezza Italia fa il pellegrinaggio a Brusaporto. Il Pacchero alla Vittorio. Non staremo qui a farti la morale se ha senso o no provarlo. Ti diciamo solo che dietro quel piatto c’è l’ossessione di un pittore. Tre tipi di pomodoro, mantecatura fatta al tavolo sotto i tuoi occhi, burro e parmigiano come se non ci fosse un domani. È la semplicità portata all’estremo della perfezione. Non è “solo pasta al pomodoro”. È il motivo per cui questo posto ha centrato l’obiettivo.
Il verdetto. Da Vittorio non vai per nutrire il corpo, vai per capire cos’è l’eccellenza italiana quando non si dà arie. È tutto così perfetto da sembrare un set, eppure così vero da farti sentire a casa. Se hai un rene da investire, questo è il posto giusto per farlo.
Esci da lì e non sei solo sazio. Sei felice. E la felicità, quella vera, non ha mai avuto un prezzo basso.
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Fonti immagini
- Photo by Andrea Di Lorenzo


