Caro Roberto,
“Ti scrivo dal profondo del mare, nascosto dentro un giardino di corallo. Al riparo dagli squali ma invisibile per le sirene. Quando ne ho voglia, alzo gli occhi e guardo il sole attraverso un milione di miliardi di metri cubi d’ acqua. E finalmente non mi bruciano più gli occhi.”
Per indole faccio quello che mi piace e che mi “scappa di fare”. Le idee, i sogni e i progetti, non possono partire da calcoli o algoritmi. Devono necessariamente passare attraverso la leggerezza, la gioia e l’urgenza espressiva. Tutto questo è antitetico a quello che vedo e vivo intorno a me. La felicità, sempre più spesso, dipende non da quello che si fa, ma da quante persone lo vedono. La realizzazione personale non è concreta, conquistata e vissuta, bensì studiata a tavolino, filtrata, montata, copiata e incollata. Guardare dentro uno schermo è diventato più importante che vivere. La finzione è scambiata per realtà. L’orizzonte degli eventi è quello del nostro black hole mirror.
Sono entrato nel mondo del bar grazie alla musica, e quando poi ne sono diventato parte, ho sempre mantenuto la prospettiva da frequentatore innamorato di questo settore. Di tutto il suo patrimonio di umanità, imperfezione, schiettezza e sprezzatura. Di quel periodo e di quel retaggio resta ben poco, mi pare. E molta comunicazione che vedo conferma questa sensazione che inizia a diventare sgradevole. Non mi piace il modo in cui comunichiamo quello che facciamo, il vestito che ci siamo lasciati cucire addosso e che continuiamo ad indossare, convinti che sia il solo per andare alla festa. E infatti siamo un’unica copia di mille riassunti. Laddove una volta era la diversità ad essere il valore aggiunto, ora se non sei uniformato non esisti. O, almeno, ci facciamo convincere di questo.
Non è solo un problema di risposte sbagliate. Il punto è che ci poniamo (e lasciamo che ci vengano poste) domande fuorvianti. Far parte di cricche, liste e classifiche è diventato motivo di ripetizione pedissequa e cieca competizione, laddove una volta c’ era scambio e voglia di migliorarsi. Ha azzerato tutto il lavoro decennale fatto per dare competenza, dignità, senso di orgoglio, appartenenza. Essere riconoscibili e riconosciuti viene fatto passare come frutto di campagne social o lavoro da uffici stampa, mentre si tratta, in primis, di lavoro quotidiano, relazioni, rispetto e intrecci tessuti attraverso l’umanità, la capacità, la presenza reale e tangibile, non quella pixelata. Abbiamo allontanato i clienti dai bar, svuotandoli della loro principale caratteristica: essere contenitori di umanità ed empatia. Continuiamo a mostrare lustrini e paillettes quando invece dovremmo affrontare a viso aperto una crisi di settore non più incipiente, ma oramai conclamata. Cercare di essere una comunità vera, per far sentire la nostra voce e trovare soluzioni, non per autocelebrare il nulla o quello che non c’è. Nel mentre, abbiamo smesso di fare e parlare davvero di bar, delegando a ruoli e figure che di questo mondo, nella migliore delle ipotesi, non capiscono un gran che.
I social sono un aspetto importante della contemporaneità. La chiave è trovare un modo personale e vero di comunicare quello che siamo, senza sentire il bisogno di dover per forza appartenere a chissà quale consorteria o congrega. Abitare il presente con coerenza e coscienza. Non fare una narrazione mendace e quasi sempre opportunistica, dove quello che si vede o viene raccontato non corrisponde, poi, alla verità. E, laddove è possibile, contrastare lo status quo imperante. Essere un’alternativa solida e credibile.
È fondamentale tracciare una linea marcatissima tra ciò che è reale e cosa invece non lo è, così come tra le esperienze che possono essere raccontate e quelle che invece vanno necessariamente vissute di persona. Il bar e la musica appartengono alla seconda categoria.
Il bar e la musica sono luoghi romantici. Lasciano spazio e possibilità al non detto. A quello di ieri, a quello di oggi, a quello di domani. Al bar si possono fare tutti i tipi di sogni, senza doversi per forza preoccupare che poi si realizzino. Il punto è proprio questo Roberto: sognare è già di per sé la cosa più straordinaria, perché tutti i nostri sogni sono pezzi di un puzzle che vanno uniti man mano, per poi rivelarci qualcosa di cui ancora non sappiamo nulla. La libertà è non avere niente di precostituito davanti. Godersi il viaggio ed il percorso, la destinazione la scopriremo solo alla fine, forse.
Ho sempre cercato di ascoltare i miei sogni. Di assecondarli. Nucleo è uno di quelli. Non avverto nessun tipo di pressione o bisogno di omologarmi a qualcosa che non mi rappresenta. Il mio intento principale è essere fedele all’idea di bar dei miei soci e mia, creare un luogo ed un’atmosfera che ci rispecchino fedelmente. Lavorare ogni giorno per conquistarci la credibilità ed il rispetto di clienti e colleghi attraverso i fatti prima che delle parole. È necessario agire, non cicalare sterilmente. Troppo spesso podcastiamo, ci ergiamo a modelli, dispensiamo vademecum, senza prima esserci rimboccati le maniche o sporcati le mani. Quasi mai perseguiamo un’idea con coerenza, anche se controcorrente. Anche se non porta in cambio nessun vantaggio. Siamo così tanto ossessionati dall’essere invisibili o non accettati nel metaverso, che non ci preoccupiamo più del valore e dell’importanza del nostro agire tangibile.

Il bar che amo e che voglio rappresentare e raccontare, è fatto di persone, di umanità, di spontaneità. Di caratteri da smussare, di ego elefantiaci da raccordare. Di passione da vendere e investire, di assenze di orari, di brutale franchezza. Di bevute epiche e feste interminabili, ma anche di estrema lucidità e rigore. Di personaggi loschi dal cuore d’ oro. Di buoni capaci di ogni nefandezza e raggiro. Di amori e tradimenti. Di amicizie nate e finite. Di rivalità inutili e di altre diventate alleanze per opportunismo. Di pirati su galeoni con bottiglie al posto dei cannoni. Di zig-zag tra etichette, stereotipi e cliché. Di contravvenzioni alla norma, al bon ton, alla tradizione. Di equilibri in bilico nel fine settimana. Di ore rubate alla giornata per ridere ancora. Di cocktail martini a colazione, birre in aeroporto e gin tonic sugli aerei. Di ritardi costantemente sfiorati e molte volte sforati. Di premi vinti, importanti solo come occasione per festeggiare come si deve e non per pavoneggiarsi. Di surf sui pettegolezzi e sulle malelingue. Di un’umanità dolcemente complicata, con giornate belle e giornate tempestose, ma sempre e comunque presente alla barra e pronta ad ascoltare, raccontare, fare da bere. Di tante cose vissute davvero, senza il bisogno di essere “visualizzate” per essere preziose e speciali. Noi suoniamo note liquide con strumenti di acciaio e vetro. Gli spartiti son scritti sul ghiaccio. Quello che conta è avere un sound unico e lavorare perché sia riconoscibile. Non per le classifiche, la fama, i cuoricini, il riconoscimento. Ma perché è un’urgenza. Perché è quello in cui credi. Perché ami farlo.

Ho realizzato tanti sogni. Ho potuto vivere tante vite. Ho fatto da bere al sessantacinquesimo piano di un grattacielo di Manhattan, con Frank Sinatra in sottofondo. Ho girato mezzo mondo e incontrato un sacco di persone e storie. Ho imparato tantissimo. Quante distanze ho accorciato, quante fantasie ho avverato. Ho versato e portato tanta acqua con il mio piccolo secchio in questi anni. Molta l’ho dispersa. Moltissima è andata perduta, o forse no. So che quelle poche gocce che si sono salvate, di volta in volta, e che sono riuscito a portare dove desideravo, hanno creato un piccolissimo rivo che ha permesso alla barchetta di carta su cui viaggiavo, insieme ai miei sogni e desideri, di arrivare da qualche parte ed anche qui. Credo che il senso della vita passi anche da momenti come quella sera a New York. Quando anni, decenni, miliardi di istanti della mia esistenza si sono allineati e sovrapposti alle luci della città che brillavano oltre le vetrate. So che il bar e la musica, sono due luoghi dove mi sono sempre sentito me stesso. Dove tuttora esprimo e realizzo completamente chi sono. Dove sublimo la mia essenza o qualunque cosa essa sia.
Mentre ti scrivo, Roberto, continuo a coltivare e perseguire i miei sogni, provando ad aggiungere pezzi al puzzle. Non so chi avrò di fronte al bancone o sotto il palco. Ma posso decidere come comportarmi. Se essere la pallida copia di qualcuno o qualcosa. Se, per timore, ricorrere a schemi o calcoli apparentemente salvifici e confortanti. Oppure vivere e scegliere di essere me stesso. Fidarmi di chi sono e di quello che ho da dire. Con attitudine, consapevolezza, coerenza, tenacia e romanticismo.


