Acquario: il "genio folle" dello zodiaco. Se tutti vanno a destra, l’Acquario va a sinistra semplicemente perché trova il sentiero più interessante. Da oggi Spaghetty Western aprirà una rubrica zodiacale perché tutti voi non aspettavate altro... Dai cazzo, stiamo scherzando! Ma era il modo più interessante per introdurre Federico Leone, perché ci ha tenuto fin dall’inizio a raccontarci il suo segno (tipico dell’Acquario, i maestrini dello zodiaco) e soprattutto perché uno così, forse, non ha bisogno di presentazioni.

Come stai, davvero?
Abbiamo parlato di burnout fino a diventare pesanti, lo stiamo sviscerando in ogni dove (forse siamo anche noi al limite o forse abbiamo solo capito che di certe cose bisogna parlarne) ed è diventato un po’ il nostro mantra chiedere alle persone con cui conversiamo: "Come stai?". Spesso questa domanda così semplice racchiude una potenza disarmante, soprattutto perché ci siamo rotti il cazzo di sentir parlare solo di tecniche di miscelazione, combinazione degli alimenti e brand (quello lo lasciamo fare agli altri, che sono sicuramente più bravi di noi).
“È una domanda semplice ma in realtà difficilissima, perché siamo tutti abituati a parlare di lavoro, numeri, risultati… molto meno di come stiamo davvero. Ti direi che sto vivendo un momento di grande costruzione. Non necessariamente di equilibrio, perché credo che chi crea qualcosa difficilmente sia completamente fermo o tranquillo, però sicuramente di maggiore consapevolezza. Per tanti anni ho vissuto questo settore a una velocità altissima: eventi, notti, viaggi, relazioni, sempre con la sensazione di dover rincorrere qualcosa. Oggi invece sto cercando di dare più valore alla direzione, non solo alla velocità. Sto imparando che crescere non significa essere sempre ovunque, ma capire dove ha davvero senso esserci. E poi sto riscoprendo una cosa molto semplice: che questo lavoro funziona davvero solo quando rimani umano. Perché alla fine noi lavoriamo con bottiglie, cocktail e locali… ma in realtà lavoriamo sempre con persone.”

Vent’anni di sfaccettature
20 anni di carriera in questo mondo ti rendono un protagonista parlante anche quando non lo fai; 20 anni all’interno di meccanismi e politicismi che forse ti danno l’opportunità di dire espressamente quello che pensi, perché tanto i lati oscuri e i lati belli li conosci già. Spesso ci nascondiamo tutti dietro a una facciata (e lo facciamo tutti, quindi non nascondetevi dietro a una finta educazione) che ci obbliga a recitare un ruolo e a non poter dire quello che magari vorremmo urlare. Attenzione: non vuole dire sempre offendere qualcuno, ma solo dire la propria opinione anche se è contraria a tutti.
“Il lato più gratificante, senza dubbio, è vedere l’impatto reale che lasci nelle persone e nei luoghi. Quando inizi questo lavoro pensi che il centro sia il prodotto. Poi col tempo capisci che il prodotto è quasi una scusa: il vero lavoro è creare connessioni, ispirare, trasmettere energia, aiutare un locale a crescere, vedere un bartender trovare la propria identità. La parte bella è quando ti rendi conto che hai contribuito a costruire qualcosa che rimane anche dopo che te ne vai. La parte più complessa, invece, è probabilmente la velocità con cui oggi tutto viene consumato. Idee, trend, persone, persino i rapporti umani. È un settore che rischia continuamente di confondere il rumore con il valore. Prima certe cose avevano il tempo di maturare: un bartender cresceva dietro al banco, un locale costruiva una clientela negli anni, un brand si consolidava lentamente. Oggi spesso si cerca il risultato immediato, la viralità veloce, il numero. Io invece credo ancora tantissimo nella continuità. Nei progetti che camminano nel tempo. Perché le cose vere magari crescono più lentamente… però restano.”
E se la vera priorità fosse vivere?

Seneca ne “La brevità della vita” (e mi spiace un po’ condividere quest'opera, anzi mi infastidisce, ma abbiamo iniziato questa volontà di acculturare... stiamo scherzando, o forse no) lo dice chiaramente: "Non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto". Forse le nuove generazioni, dopo secoli, stanno capendo realmente tutto ciò. E se non fosse una mancanza di voglia di sacrificare la propria vita, ma fosse invece una voglia matta di vivere il proprio tempo? C’è da riflettere.
“No, non credo sia sbagliato. Credo anzi che ci stiano obbligando a farci una domanda importante: siamo sicuri che abbiamo romanticizzato troppo la sofferenza? La mia generazione è cresciuta con l’idea che più ti consumavi, più valevi. Turni infiniti, zero equilibrio, essere sempre disponibili. Quasi come se il sacrificio fosse un linguaggio obbligatorio per dimostrare passione. Le nuove generazioni invece stanno dicendo una cosa molto semplice: ‘voglio amare questo lavoro senza distruggermi’. E sinceramente faccio fatica a considerarlo un concetto negativo. Poi è chiaro, esiste anche il rischio opposto: voler ottenere tutto subito senza attraversare il processo. Perché esperienza, competenza e credibilità richiedono tempo, errori, presenza reale. Però credo che il punto giusto stia nel mezzo. Non glorificare l’esaurimento, ma nemmeno perdere il valore della disciplina. Il vero lusso oggi, secondo me, non è lavorare meno. È riuscire a costruire una vita sostenibile facendo qualcosa che ami davvero.”
La cultura in 30 secondi
In un’epoca dove tutto corre perché la comunicazione è così (e noi non siamo qui per attaccarla, ma solo per attenzionarla), capita spesso che la formazione si trasformi in un Reel di 30 secondi. Molto spesso ci convinciamo che quel poco basti a creare basi solide per costruire qualcosa (speriamo solo che un chirurgo non sia della stessa idea, perché se no siamo fottuti), ma forse la verità sta nel mezzo. Forse la verità sta nel prendere quel Reel come punto di partenza per spingere la curiosità a scavare più a fondo.
“Io credo che il problema non sia il formato corto. Il problema è cosa ci metti dentro. Un Reel può essere vuoto oppure può accendere curiosità. E la curiosità, nel nostro settore, vale tantissimo. Perché magari un ragazzo vede un contenuto di 20 secondi e da lì nasce una ricerca, uno studio, una passione. Il rischio però è quando la cultura del bar diventa solo estetica. Quando tutto si riduce al gesto spettacolare, alla bottiglia che gira, al drink perfetto in camera lenta… e si perde completamente la profondità dietro quel gesto. Dietro un cocktail ci sono storia, tecnica, ospitalità, ascolto, errori, ore di banco, persone. Io cerco di usare questi strumenti senza demonizzarli. Sarebbe inutile fare il nostalgico dicendo ‘prima era meglio’. Il mondo cambia e bisogna saper parlare il linguaggio del presente. Però credo anche che la formazione vera abbia ancora bisogno di tempo, confronto e presenza. Un Reel può aprire una porta. Ma certe cose le impari solo vivendo il banco, respirando il servizio, guardando negli occhi le persone. La cultura del bar non può essere solo contenuto. Deve rimanere esperienza.”
Un acquario
Sappiamo che sei un Acquario, spirito libero costantemente alla ricerca di nuovi stimoli. Quindi, a quali progetti stai lavorando che ancora non conosciamo?
“Diciamo che faccio fatica a stare fermo mentalmente, quindi sì… sono decisamente un Acquario. Mi annoio facilmente quando le cose diventano troppo prevedibili. In questo momento sto lavorando molto su un’idea che mi interessa tantissimo: costruire brand che non siano soltanto prodotti da bere, ma esperienze che riescano davvero a camminare dentro i locali e nella vita delle persone. Mi interessa creare progetti che abbiano identità, ritualità, memoria. Non il classico brand che passa, fa rumore per sei mesi e sparisce. Sto lavorando tanto anche sul lato formazione e attivazione, cercando un modo più contemporaneo di raccontare il nostro settore, soprattutto alle nuove generazioni. Meno impostato, meno verticale, più autentico. E poi ci sono alcuni progetti personali legati al mondo aperitivo e al beverage che sto sviluppando insieme ad altri con grande attenzione. Mi piace l’idea di costruire qualcosa che abbia un’estetica forte ma anche una visione precisa dietro. Sono in quella fase bellissima e pericolosa dove ci sono tante idee sul tavolo… e sto cercando di capire quali meritano davvero di diventare reali.”
E ora ci mettiamo noi a rispondere
“Vi faccio una domanda semplice ma secondo me molto importante: oggi, nel mondo del bar e dell’ospitalità, cosa vi emoziona ancora davvero? Perché siamo circondati da tantissimo contenuto, tantissimi locali, tantissimi trend… ma le cose che ci restano dentro sono sempre poche. Quindi sono curioso: cos’è che oggi vi fa dire ‘qui sta succedendo qualcosa di vero’?”
Quello che ad oggi ci emoziona realmente è la genuinità, il calore delle persone. Quello che ci spinge a tornare in un bar è quella sensazione di casa che ci fa provare non appena entriamo. Come se realmente quel posto diventasse il nostro “attimo di vita vera”. Sulle persone, invece, quelle che ci catturano realmente sono quelle che dimostrano di avere le palle. Attenzione: non parliamo di chi con aggressività si impone, parliamo di quelli che con un sorriso si rialzano sempre e soprattutto senza mai prendersi troppo sul serio.
Lo vorrei dedicare a mio papà Che mi ha lasciato a fine agosto . Se oggi continuo ad andare avanti, anche nei momenti più pesanti, è grazie a una frase che mi ripeteva sempre:“MA CHE TE NE FOTTE… VAI AVANTI ! “Dentro quello che sono, ci sarà sempre anche un pezzo suo. E ci emozia che Federico abbiamo deciso di legare le nostre parole a qualcosa di cosi profondo e intimo.


