Trent’anni a contatto con la gente lasciano segni profondi e tolgono ogni filtro. Alex Frezza non fa mistero di nulla: né dei suoi legami con le aziende, né del suo burnout. Nato a Londra, forgiato da Napoli, con sangue polacco nelle vene. Questa è la sua verità, nuda e cruda.

L’ALCOL, IL SESSO E LA GEN Z

Oggi si fa un gran parlare della Gen Z che taglia l’alcol. Alex non cerca di fare il giovane: “Ho quasi 50 anni e la barba bianca, forse sono la persona meno adatta a parlare di questo problema per manifesta incapacità di capire la Gen Z.” Ma la sua analisi è un proiettile: “Il consumo di alcol tra i 18 e i 25 anni è direttamente proporzionale alla facilità con cui ci si riesce a trovare un partner sessuale. Ovvero, oggi l’alcol non diventa un fattore importante di consumo prima dei 25/28 anni, quando ormai si ha qualche disponibilità economica in più e la propria vita sociale è un po’ più stabile. Pensare di vendere drink ai diciottenni oggi non ha senso. A 18 anni nessuno beve per il piacere di bere. Si beveva per socializzare e posizionarsi, oggi queste cose si fanno con un’app.

IL GIOCO CON I GIGANTI

Mentre molti inneggiano a una purezza di facciata, Frezza chiarisce come si sta a tavola con i colossi del settore senza farsi mangiare. “Non esiste nessun Mr. C o Mr. M&R, esistono delle persone stipendiate che per conto di altre persone stipendiate fanno un lavoro. Queste persone oggi lavorano per un brand di beverage e domani magari sono a lavorare per prodotti per l’infanzia o dolciari. Noi invece saremo sempre al bar.” Per lui è una questione di pragmatismo: Comanderà sempre il brand, noi possiamo solo accettare o declinare il lavoro. Imparare a mediare, presentare una propria idea, tradurre dal linguaggio del bar a quello dei settori aziendali è una skill importantissima.”

DUE MONDI CHE SI INTERSECANO

Londra e Napoli. Ma non cercate l’inglese in lui. “Di inglese ho solo la pronuncia del sud di Londra. I miei nonni erano rifugiati polacchi della Seconda guerra mondiale, culturalmente forse sono più est-europeo che anglosassone. Di napoletano ho molto di più. Trent’anni a contatto con la gente lasciano cicatrici profonde e ti insegnano a non mandarle a dire.”

FORMARSI PRIMA COME PERSONE

In un’epoca di informazioni ovunque, Frezza punta sulla sostanza: “Bisogna formarsi prima come persone e non come professionisti. La professione viene dopo. Frequentare persone migliori di sé, leggere di tutto, soprattutto fuori dal proprio campo di interesse. Viaggiare scomodi e al limite del possibile per vedere modi di vivere diversi. Solo una volta fatto ciò avremo la capacità di analizzare ciò che viviamo. Oggi vedo tanta gente parlare di bar e poi scopro che l’unico bar in cui hanno esperienza è quello stagionale nel quale hanno lavorato ad agosto…”

IL BANCONE VS LO SMARTPHONE

Sulla smania di apparire, Alex è categorico: “Ripetete insieme a me: ‘un bartender non esiste senza un bar nel quale lavorare’. Un bartender che pensa che i social siano il suo bar è tutto tranne che un bartender. I bar-poser che giocano la roulette dei social sperando di ricavarne qualcosa sono solo degli egocentrici che non hanno nulla a che fare con il bar. Io con i social ci scherzo e ci gioco, mi servono a misurare dove si posa l’attenzione del pubblico. Serve a creare atmosfere migliori e situazioni di consumo più specifiche.”

TORRONE

L’ultima battuta non lascia spazio a interpretazioni o giri di parole. Nessun piano per il futuro, nessuna nuova apertura in pompa magna. Solo la realtà:

“Sono totalmente in burnout. Al momento l’unica cosa che riesco a immaginare di fare è una bancarella del torrone.”

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