Parlare con Alessia Bellafante è un po’ come immergersi in DONNE CHE CORRONO CON I LUPI (lo sappiamo, vi stiamo un po’ rompendo il cazzo con tutti questi autori, ma è anche ora di farsi una cultura fuori dagli schemi). Proprio come Renée, Alessia sembra vivere in un totale contrasto tra ciò che mostra al mondo per "ruolo" e una vita interiore ricchissima, colta, profonda e quasi segreta. E da questo eterno contrasto a volte sembra voler fuggire e a volte sembra volersi nascondere, un po’ come se a volte la sua stessa natura la spaventasse.

Alessia Bellafante

La facciata che tutti abbiamo

Che tu sia un impiegato, un medico o un bartender, purtroppo la tua facciata spesso è in netto contrasto con quello che realmente pensi e vuoi. Spesso è un gioco al massacro dove la mediazione sta nel rimanere a metà fra la tua persona e quello che vorresti essere. E dovremmo esseri tutti un po' sinceri nel dire che spesso giochiamo un ruolo che non ci appartiene ma che è obbligatorio farlo; spesso rischiamo addirittura di non capire più chi siamo e chi non siamo.

"Nel corso degli anni ho fatto davvero tanta fatica a scindere Alessia lavoratrice da Alessia. Chi lavora nell’hospitality deve essere sempre gentile, sorridente, il più delle volte servile e accondiscente, composta, carina, paziente e soprattutto deve scontrarsi con l’idea che il cliente ha sempre ragione. Io non voglio essere questo. Voglio essere io e, quando voglio, scomposta e disordinata, irruente e casinista. Generalmente l’Alessia che io amo la vedo quando c’è della musica e balla."

L’altra faccia della medaglia

Alessia Bellafante

In un’epoca dove tutto corre veloce, dove tutto è perfetto o forse dove tutto tende a dover essere perfetto, spesso ci dimentichiamo che la vita è anche saper fermarsi perché, come diceva il buon Seneca "Mentre aspettiamo di vivere, la vita passa." E allora non dovrebbe far così strano sentire una ragazza così giovane parlare di burnout, perché purtroppo siamo tutti sul filo del rasoio e molti di noi non hanno nemmeno la capacità di capire che stanno per cadere dal burrone.

"Il burnout è stato il culmine di un periodo in cui la tossicità lavorativa e relazionale mi stava schiacciando. Non lo sapevo, ma ero una vittima di DCA. Godevo nel toccarmi le ossa e nel lavorare oltre le 10 ore. Mi faceva sentire importante e speciale. Il mio corpo si è ribellato e io con lui. Ho cambiato tutto con l’obiettivo di migliorare me stessa. Questa è stata l’eleganza di cui mi sono avvalsa: provare ad amarmi. Mangiare bene, fare attività fisica, circondarmi di persone sincere e lavorare il giusto... fare tutto questo per me è stata la chiave di tutto."

La consapevolezza come arma

Come un’eroina moderna, Alessia sembra aver trasformato la rabbia ereditata dalle donne della sua famiglia in forza, la differenza è che lo ha fatto nella maniera più giusta, ovvero attraversandola. In una società che ci spinge a non vivere il dolore, lei si è autodistrutta per poi essere un leader consapevole. Da qui ci piace portarci a casa qualcosa di abbastanza profondo, un’intelligenza emotiva ha la capacità di trasformare il dolore in forza. In un contesto come quello del bar (e non nascondiamoci dietro un dito) spesso maschilista (la nostra non è una guerra o una presa di posizione, ma avere la capacità di notarlo) troviamo una barmanager che non ha paura di mostrare questo lato della medaglia e soprattutto che non on lo addolcisce, ma nemmeno lo urla.

"Questo limite non mi è mai stato nascosto. Ne sono sempre stata consapevole. Sono grata alle donne della mia famiglia che si sono sempre scontrate in contesti familiari patriarcali, che sono state vittime di violenza domestica e che hanno subito discriminazioni di genere sul lavoro. Da piccola convertivo la loro forza in rabbia. Oggi mi sento più matura, ho capito che urlare non farà necessariamente cambiare idea a chi ho di fronte. Affronto le sfide con più calma, almeno ci provo. Io so che per tanti dei miei colleghi baristi sono una rompicoglioni e che per tanti di loro la mia riconoscenza è dovuta unicamente al mio aspetto. Poverini. A me va bene così. Sono dove voglio stare e so di meritarmelo."

Alessia Bellafante

A volte serve solo sentirsi a proprio agio

Siamo talmente abituati a volerci differenziare dagli altri che spesso finiamo per essere dei "copia e incolla". Nel tentativo disperato di fare la differenza, ci troviamo a seguire le masse senza nemmeno accorgercene o, peggio, a giocare con le differenze perdendo di vista noi stessi. Forse per questo troviamo interessante qualcuno che prova a differenziarsi solo per sentirsi a proprio agio.

"Io non vorrei una divisa. La divisa rispecchia quasi sempre l’identità del locale ma non dell’individuo. Per me è paradossale. Io devo potermi sentire a mio agio e non costretta ad abiti distanti dalla mia personalità, soprattutto perché sono a contatto costante con sconosciuti. Il mio sogno è il mare e la vita che sta al mio passo, senza ansia di dimostrare niente a nessuno."


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