«Ficcati nel fango dicono: "Siamo stati tristi e pieni di rabbia là fuori, nell'aria dolce che si rallegra alla luce del sole"» (Inferno, Canto VII, vv. 121-122)
Di Beppe Mancini è stato detto tutto e forse anche quello che realmente non è mai successo, perché è un po' così: davanti a certe figure tutti noi (e sfido chiunque di voi a dire di non averlo fatto almeno una volta nella vita con qualcuno) ci arroghiamo il diritto di dire la nostra cazzo di opinione, di giudicare quello che non conosciamo, di esprimere e spesso di sparare a zero perché è più facile guardare fuori che dentro. Parliamoci chiaro, non stiamo parlando di un santo (ma quelli, se non ve lo hanno ancora detto, stanno solo in Paradiso per chi crede), stiamo parlando di una figura a tratti controversa ma che forse ha pagato troppo la volontà di essere se stessa a suo rischio e pericolo, ha pagato forse la volontà di vivere a suo modo (e fidatevi, è il desiderio di tanti).

LA VETRINA SOLIDA
Beppe sembra effettivamente un personaggio all’interno della Divina Commedia, un personaggio però che la attraversa da cima a fondo, che tramite il proprio viaggio personale vive in prima persona l’inferno, il purgatorio e il paradiso. Non staremo qui a dirvi in quale girone si trovi perché è un suo cazzo di problema, staremo qui a raccontare l’uomo, il suo vissuto, perché tutti noi attraversiamo quei gironi e lo facciamo ogni giorno; solo che spesso siamo troppo presi da quello che ci sta intorno per ascoltare e vivere. E allora ci piace parlare di qualcuno che, con i suoi pro e i suoi contro, il suo viaggio lo ha fatto e lo fa tutti i giorni, e ci piace parlare di un uomo che ha vissuto.
«Il “Beppe pubblico” non è un personaggio costruito a tavolino, è una versione amplificata di ciò che sono sempre stato nel lavoro: presenza, energia, capacità di leggere una sala e guidare un’esperienza. Però è vero che, quando sei in contesti ad alta intensità come l’ospitalità e il mondo degli spirits, quella dimensiona richiede molta energia fisica e mentale. La differenza oggi è che non vivo più quella sovrapposizione totale tra identità professionale e identità personale. In passato, soprattutto nelle esperienze più strutturanti anche in realtà come Diageo, tendevo a non separare molto le due cose: ero sempre “dentro”, sempre disponibile, sempre acceso. Questo ti dà tanto in termini di crescita e risultati, ma nel lungo periodo ti chiede un prezzo. Oggi invece cerco un equilibrio diverso. Il ruolo pubblico esiste quando serve, nel contesto giusto, ma non può consumare tutto il resto. Fuori da quel contesto sono una persona molto più semplice: ho bisogno di silenzio, normalità, relazioni vere e spazi in cui non devo performare nulla. Non credo che il “personaggio” stia consumando l’uomo. Credo piuttosto che, con il tempo, impari a non confondere le due cose. E quando riesci a separarle, capisci che la vera forza non è essere sempre al massimo davanti agli altri, ma sapere quando spegnere tutto e tornare semplicemente a essere te stesso.»
VIVERE PER LA CAUSA, FINO A BRUCIARE DENTRO
Ci chiediamo spesso se questa volontà delle nuove generazioni (e sì, come ci sentiamo vecchi nel dirlo) di fare “meno sacrifici” sia veramente una voglia di non fare o sia solamente il raggiungimento di una consapevolezza, quella che la vita è lavorare ma che non si vive per lavorare. E quando analizziamo questo concetto, forse ci dovremmo fermare un attimo e chiederci: stanno veramente sbagliando loro o forse stanno facendo quello che noi non avremmo mai potuto o voluto fare? Stanno realmente rinunciando al lavoro, stanno veramente smettendo di essere dei numeri all’interno delle aziende o stanno smettendo di rinunciare alla vita? Ci sarebbe forse da fermarsi e capire, o forse non siamo pronti a farlo perché fermarci ci obbligherebbe spesso a dire che stiamo facendo enormi sacrifici e enormi rinunce per qualcosa che non ci appartiene. O magari siamo noi di Spaghetty a sbagliarci ora.
«Per quanto riguarda il mio percorso personale, appartengo a una generazione che nel mondo degli spirits e dell’hospitality è cresciuta con una cultura del lavoro molto estrema. In realtà come Diageo ho imparato disciplina, pressione, standard altissimi e soprattutto il valore dell’esecuzione. Ho dato tutto, spesso mettendo il lavoro davanti a qualsiasi altra cosa, perché quello era il linguaggio professionale che conoscevamo: dimostrare il proprio valore attraverso la dedizione totale. Col tempo capisci però che nessuna azienda, anche la più grande o importante, coincide davvero con la tua identità personale. Le aziende fanno scelte industriali, le persone invece devono costruire un percorso umano e professionale più sostenibile Quando guardo i ragazzi di oggi non li considero più deboli, anzi. Credo abbiano sviluppato una consapevolezza che la nostra generazione spesso non aveva: proteggere lucidità, energia e salute mentale non significa avere meno ambizione. Significa voler durare più a lungo.Io non rinnego nulla del mio percorso, perché quei sacrifici mi hanno formato e mi hanno dato competenze, resilienza e visione internazionale. Però oggi ho imparato che il vero successo non è solo quanto sei disposto a sacrificare, ma riuscire a mantenere passione, equilibrio e identità anche dopo le esperienze più dure.»
"BIONDO ERA E BELLO E DI GENTILE ASPETTO" (PURGATORIO, CANTO III, V. 107)
E come Manfredi, personaggio del Purgatorio, Beppe sembra aver pagato la volontà di essere a suo modo; e come lui appare nella sua personalità forte e diretta, ma con una ferita evidente e profonda che forse non nasconde così tanto, perché è dalle ferite che forse partono le rinascite. Ed è così che vediamo Vetz (attenti, non siamo qui a fare la solita markettata, vogliamo solo parlare di rinascita, di vittorie e di percorsi, e questo progetto lo è). Gli abbiamo semplicemente chiesto come si fa a trovare un equilibrio così sottile senza barare con la chimica.
«Quando lavori con botaniche come camomilla, sambuco e vaniglia, il rischio è che una nota prevalga sulle altre o che il prodotto perda tensione gustativa, diventando troppo floreale, troppo dolce o poco dinamico in miscelazione. Il vero lavoro è stato costruire equilibrio: dare struttura amara sufficiente per l’aperitivo contemporaneo, mantenendo però eleganza aromatica e bevibilità. Oggi il mercato richiede prodotti estremamente versatili: devono funzionare lisci, in uno Spritz, in cocktail a bassa gradazione e anche in miscelazioni più evolute. Per questo è stato fondamentale lavorare sulla persistenza aromatica naturale e sulla gestione della componente zuccherina, evitando che coprisse la freschezza botanica. La complessità, quindi, non è stata creare un bitter “diverso”, ma creare un’identità organolettica distintiva che restasse coerente, pulita e riconoscibile in ogni contesto di consumo, senza mai tradire la naturalità del prodotto. Sì, credo che l’idea di un’eleganza più gentile sia stata una delle cose che mi ha avvicinato di più a questo progetto. Oggi il consumatore cerca complessità e identità, ma anche equilibrio, bevibilità e autenticità. Vetz nasce proprio da questa visione: avere carattere senza dover essere aggressivo.»
NON SIAMO QUI PER SALIRE IN CATTEDRA
E per tutti quelli che si aspettano da noi manate in faccia, offese e presunzione, rimarrete un po’ delusi, perché quello che amiamo fare in questo fottuto progetto è solo andare a fondo, raccontare le persone per quello che sono, senza abbellirle o imbruttirle, senza raccontare verità scomode o mettere le persone a disagio, ma solo raccontando il loro mondo. E se volete sapere di più sulle persone vi invitiamo a chiamarle, ad uscirci, ad andarle a trovare.
«Non vedo il passato come un conto in sospeso con qualcuno a cui ho “regalato” qualcosa che non meritava. Vedo un percorso fatto di scelte totali, prese con la consapevolezza che avevo in quel momento. Anche le esperienze più dure, comprese quelle vissute all’interno di grandi realtà come Diageo, non le leggo oggi come perdita, ma come costruzione. Il silenzio, semmai, non porta con sei rimpianto, ma lucidità. Ti fa capire cosa vuoi tenere e cosa non vuoi più ripetere. In questo senso, progetti come Vetz non “riparano” il passato: lo rielaborano. Ti permettono di portare dentro tutto quello che hai imparato, ma con un rapporto diverso con il tuo tempo, la tua energia e il tuo valore. Se potessi parlare con il me di allora, non lo fermerei. Non lo proteggerei dal percorso che ha fatto. Gli direi solo di osservare meglio, di ascoltare di più anche quello che non viene detto, e di non confondere mai la dedizione con l’annullamento personale. Perché senza quel passaggio non sarei arrivato qui. E qui non è un punto di arrivo “migliore” o “peggiore”, è semplicemente un punto in cui oggi ho più consapevolezza, più scelta e più equilibrio.»

Abbiamo parlato con l’uomo, non con il personaggio; abbiamo parlato con l’anima di una figura per certi versi controversa, abbiamo parlato con uno che alla fine fa sempre quello che cazzo vuole (e quanti di noi vorrebbero poterlo fare) e soprattutto abbiamo aspettato mesi prima di ricevere le risposte (lo sai che ti amiamo, ma questo dovevamo dirlo). E ci siamo portati una cosa a casa, ci siamo portati a casa una estrema gentilezza e forse, per certi aspetti, il volto dell’HOSPITALITY, parola di cui tutti ci riempiamo la bocca, a volte senza senso.


