Il mondo flair, sembra vivere oggi una profonda crisi di identità in un contesto socio economico dove è inutile girarci intorno la gente ha deciso di bere meno, i motivi ovviamente sono milioni ma non è questo il momento per fare una valutazione in stile Spaghetty.
Quello che è certo è che oggi il flair vive diviso a metà fra il retaggio degli anni 80 e 90 e le esigenze delle multinazionali del beverage sempre più orientate al minimal e alla sostenibilità.Per parlare di tutto ciò abbiamo deciso di incontrare Giorgio Facchinetti, uno che del flair ha fatto il proprio business (che poi per certi versi dovrebbe essere lo scopo di tutte le attività)
In un’epoca di immagine come quella attuale, un movimento come quello del flair è di grande impatto visivo per chi sta davanti al bancone in attesa del proprio drink e in locali ad alto volume questo spettacolo aumenta il coinvolgimento dello spettatore. Si scontra però con la mixology contemporanea che guarda al minimal degli ingredienti e alla riconnessione con l’ospite, al dialogo. E su questi punti non staremo qui a dire il nostro pensiero ma lasceremo spazio alle parole di Giorgio.
“Chi pensa ancora che il flair sia solo "fumo negli occhi" è rimasto bloccato in un'idea di bar che non esiste più. Chi considera ad oggi il flair fumo negli occhi è perché è rimasto negli anni 90 e non si è dato un’occhiata intorno. Oggi, quella fluidità è l'eleganza e il corretto utilizzo del gesto tecnico nel momento giusto, nella giusta situazione. La miscelazione è il prerequisito, ma l'abilità tecnica nel movimento è ciò che crea il distacco definitivo dalle macchine. Ottimo cocktail più abilità fa di te un po' il professionista 2.0 che alla fine, se ci pensi, è quello che differenzia noi da una macchina “

Molto spesso, noi per primi, ci troviamo a giudicare qualcosa che non conosciamo mossi soltanto da questo sentimento, spesso ci erigiamo a paladini di verità a noi sconosciute.
“Esiste un pregiudizio assurdo sulla difficoltà del flair rispetto alla mixology "da laboratorio". Ma la tecnica fisica richiede una disciplina che le formule non hanno: "è più difficile imparare il flair che imparare a fare le estrazioni... da una parte si tratta di formule, dall'altra si tratta di allenamento, tecnica e quant'altro". Non si tratta di scegliere una fazione, ma di capire che lo studio e il movimento devono viaggiare insieme: "non andrò mai a eliminare il flail come non andrò mai a non guardare il laboratorio".”
Come tutti noi sappiamo o dovremmo sapere le piattaforme social non sono studiate per misurare la profondità e “l’intelligenza” (e lasciateci usare questa parola) di un contenuto ma per aumentare il tempo di permanenza sui canali. Quante volte vi ritrovate a sfogliare instagram rendendovi conto di aver passato 40 minuti (e siamo stati gentili) su contenuti senza nessun senso? E allora ci chiediamo questa rincorsa al follower, al contenuto perfetto, all’immagine perfetta dove ci sta indirizzando? E allora questo passaggio un po’ provocatore lo giriamo su Giorgio.
“I social non sono un palcoscenico per egocentrici, ma uno strumento di posizionamento chirurgico. Chi si ferma alla superficie dei follower ignora il lavoro sporco sotto il ghiaccio: "la gente è abituata a parlare perché non sa... non ha idea di quello che possa essere stato il mio background". Come per la formazione che è cambiata e l'online è diventato il primo filtro per capire se questo mestiere è una passione reale o un fuoco di paglia. Permette di testare il campo con un investimento minimo, risparmiando su trasferte e alloggi, ma non è un sostituto del banco. Arrivare in presenza avendo già masticato le basi significa essere già "al 50% della tua crescita formativa" perché conosci già i tuoi limiti. Tuttavia, la realtà dei fatti non cambia: "da lì poi dopo la gavetta non te la leva nessuno".”
Questa sua visione strategica, questa sua consapevolezza dei pro e dei contro del mondo virtuale sembrano essere state una chiave vincente per raggiungere quello che molti professionisti cercano, un rapporto con il brand, essere il volto di un brand. E questa capacità diventa evidente con “Mammarita” un progetto che si muove su binari opposti a quelli delle multinazionali. Nasce dall'intuizione di un corsista, Aslan Dervish, e si fonda su una strategia "lenta" per non bruciare l'identità del prodotto.

Da una parte la tradizione Italiana: Un profilo aromatico che punta su basilico, bergamotto e pepe, dall’altra la manualità, dove ogni bottiglia è un pezzo unico: "tutte le bottiglie sono firmate a mano, la ceralacca è posta a mano" e infine la strategia definitiva slow, una scelta consapevole per far arrivare il valore dell'artigianalità prima della produzione industriale, mettendo in mostra le persone dietro il vetro.
“Il succo è semplice: se qualcuno ti critica per i tuoi numeri mentre tu lavori con i brand di lusso, il problema non è tuo. "È giusto che rimanga a criticare e ad osservare il numero che ho, che tanto non ci arriverà mai".”


