Ebbene sì, possiamo dire di avercela fatta! Dopo quasi un anno di interviste a nomi che hanno fatto delle volte la storia del proprio mondo, a nomi che faranno la storia del proprio mondo e a nomi che stanno sul c***o a molti, siamo riusciti a intervistare Massimiliano Piffaretti e possiamo ammettere che è stata una vera sfida (non ti arrabbiare, ti avevamo detto che lo avremmo scritto).

E se qualcuno non lo conoscesse con il suo nome di battesimo, forse lo conosce con il nome PIZZA BOY e, se ancora questo nome non vi dovesse dire nulla, vi invitiamo a cercarlo perché stiamo parlando del primo wakeboarder italiano a vincere un titolo mondiale IWWF Open Men.

Come stai? Sappiamo del tuo infortunio che ti sta costringendo a rimanere a casa, qualcosa a cui tu non sei abituato. Come la stai vivendo? Come stai sfruttando questo periodo?
“Ciao raga, contento di essere qui! Sto molto bene anche se al momento sono in riabilitazione per recuperare da un piccolo infortunio al ginocchio, voi direte “MAH SEI SEMPRE ROTTO”, a gennaio la clavicola e ora il ginocchio! Purtroppo in questi sport siamo sempre a rischio e sappiamo che fa parte del gioco. Sinceramente la sto vivendo molto easy, mi concentro su me stesso e sulle mie priorità, cosa che viene un po' più difficile quando si va a 1.000 durante la stagione tra gare ed eventi con sponsor. Diciamo che ora riesco a riguardarmi di più ed essere concentrato per tornare ancora più forte e carico per la prossima stagione.”
In questi giorni in cui tanti ragazzi stanno scendendo in piazza per i propri diritti e prima di polemizzare o altro sappiate che stiamo parlando e ci stiamo soffermando soltanto su quei gruppi di ragazzi che stanno scendendo in piazza per i propri diritti , questa volontà di prendere in mano la propria vita sta venendo messa in ombra dagli atti di vandalismo di alcuni che sono un problema reale per le nostre città da ormai troppo tempo e che condanniamo e “schifiamo”. Ora vi direte: come collegate tutto ciò a PIZZABOY? Massimiliano ha scelto a 15 anni di cambiare il suo futuro, forse con l’incoscienza dell’adolescenza, trasferendosi dall’altra parte del mondo.

Tornando al tuo passato, a quindici anni hai lasciato l’Italia e hai scelto Orlando per metterti alla prova nel sistema più competitivo del mondo. Come ha influenzato la tua crescita, la tua adolescenza e soprattutto il tuo presente questa scelta?
“Lasciare l’Italia a 15 anni è stata una scelta penso più difficile da accettare per la mia famiglia; io a quei tempi pensavo solo a stare sulla tavola ed era l’unica cosa che volevo veramente. Sin da piccolo mi arrabbiavo con i miei amici quando mi dicevano che da grandi avrebbero voluto fare un lavoro diverso dal wakeboard, io credevo che ce la potessimo fare tutti e avevo una visione di tutti noi amici assieme a competere e viaggiare con i grandi del nostro sport. L’America è stata veramente la chiave per me per arrivare a dove sono oggi: ero circondato da ragazzi molto più forti di me che ogni giorno mi spingevano a migliorare non solo in barca ma anche in Cable. Oggi sono molto fiero e grato dell’opportunità che mi è stata data dalla mia famiglia. Devo tutto ai miei genitori che hanno creduto in me ed hanno lasciato andare il loro unico figlio dall’altra parte del mondo da solo ad inseguire qualcosa che per me era essenziale.”

Parlare con qualcuno che a 15 anni decide di andare dall’altra parte del mondo impressiona, inutile non dirlo, ma la verità è che forse questo coraggio non sarebbe arrivato se quell’adolescente non avesse passato gli anni della sua infanzia su una tavola da neve a “scontrarsi” con i propri cugini maggiori.
Crescere con una tavola ai piedi dagli otto anni ti ha dato un vantaggio tecnico enorme, ma ti ha anche imposto un ritmo di vita diverso dai tuoi coetanei. Hai mai sentito il peso di questa scelta?

“Ho sempre avuto un ritmo diverso dai miei coetanei, la mia fortuna è la famiglia che ho! I miei zii e cugini sono sempre stati dei grandi appassionati di sport, quindi sono cresciuto in questa realtà sin da bimbo. A 3 anni già scendevo dal 3.000 di Livigno con gli sci, ma per me non era abbastanza perché tutti i miei cugini più grandi andavano in snowboard e quello era il prossimo step. A 5 anni ho iniziato con lo snow ed è stato amore a prima vista, poi sono arrivate le prime gare e indovina chi mi portava alle gare? Ovviamente i miei cugini più grandi. Già ai tempi ero sempre la cavia per aprire nuove linee e nuovi salti, penso che questo mi abbia aiutato ad avere una mentalità da rider.”
Sacrificio: è una delle parole più gettonate del momento, ma vi siete mai chiesti cosa significhi realmente?
"Rendere sacro qualcosa" o "compiere un'azione sacra"
Tutti i giorni questa parola è entrata nel linguaggio comune con una connotazione negativa, ovvero identificiamo il sacrificio con la sofferenza, la rinuncia o la fatica. Pensiamo al "fare sacrifici" come a un privarsi di qualcosa di piacevole (il tempo libero, il sonno, i soldi) per dovere.

Il sacrificio di vivere lontano da casa per anni viene spesso romanticizzato. In realtà, è una gestione costante della solitudine e della pressione. Qual è stato il momento in cui hai capito che il prezzo che stavi pagando era commisurato al valore degli obiettivi che stavi raggiungendo?
“Diciamo che questo l’ho capito con il passare del tempo; all’inizio era tutto una favola perché conoscere gente nuova e i miei idoli era veramente incredibile. Ma allo stesso tempo non avevo più attorno a me 24 ore su 24 la mia famiglia, quindi mi sono dovuto creare la mia seconda family che al giorno d’oggi si chiama LA FAMILIA, composta dai miei migliori amici che ho conosciuto lungo il viaggio. Al giorno d’oggi con LA FAMILIA abbiamo creato video e progetti che hanno cambiato per sempre il nostro sport.”
Il wakeboard ai tuoi livelli non è solo uno sport ma è andare contro i propri limiti ogni giorno. Qual è la vera forza motrice dietro la tua spinta a superare ogni volta l'asticella, non c’è il rischio di non averne mai abbastanza? “La vera forza per me è lo stile e la creatività,ovvero cercare di fare cose diverse e guardare fuori dagli schemi,penso che ci saranno sempre modi diversi per eseguire un trick o vedere uno sport in maniera diversa dagli altri quindi le opzioni sono infinite e non ne avrò mai abbastanza ahahaha.”
E ovviamente, quando si parla di sport estremi, eventi impossibili e coraggio, non si può non pensare a Red Bull e di conseguenza a Massimiliano, uno dei loro caschi blu.
Il logo Red Bull sul tuo casco non è un semplice adesivo, ma sembra una vera e propria relazione. Oltre il budget e le infrastrutture che ovviamente un’azienda simile ti offre, qual è quel legame che hai trovato con loro?
“Red Bull prima di ogni logo o budget è veramente una famiglia ed è per questo che con loro mi sento a casa. Sono in Red Bull da quando ho 18 anni ed oltre a tutto quello che abbiamo fatto in questi anni mi hanno aiutato a crescere e a diventare il miglior atleta che possa essere. Il supporto che mi danno è un amore costante che aiuta a realizzare di continuo i miei sogni, anche quelli più “pazzi”; proprio per questo sono davvero grato a tutto il team della fiducia che ripone in me.”
Quanto della tua evoluzione tecnica è nata da una loro proposta 'folle' che ti ha costretto a superarti, e quanto invece sei tu a trascinare loro dove non avrebbero mai pensato di arrivare?
“Più che migliorare la tecnica, Red Bull mi stimola costantemente a spingermi oltre in termini di innovazione e portare quindi il Wakeboard ovunque nel mondo in modo mai visto prima. Red Bull Wake the City ne è l’esempio vivente: nessuno avrebbe mai potuto pensare che i migliori riders al mondo si potessero esibire in Darsena a Milano sotto gli occhi dell’intera città. Palcoscenico perfetto per far conoscere questo sport.”
Oggi che sei un punto di riferimento mondiale, cosa resta di quel ragazzo che a sedici anni è partito con una valigia e un obiettivo chiaro in testa? E quanto spazio c’è nella tua vita per un tè?

“Sono sempre io: per me l'importante è restare con i piedi per terra come mi hanno insegnato i miei genitori e cercare di dare una mano ai ragazzini delle generazioni che verranno; voglio essere quel riferimento italiano che non ho mai avuto quando mi sono spostato in America. Io ho dovuto creare la strada e ora la apriamo ai nostri talenti giovani. Per un tè ci possiamo organizzare!”
E ora la domanda a cui teniamo di più: chi è PizzaBoy? E prima di lasciare a PizzaBoy la risposta lasciateci dire una cosa: in una società che ci spinge sempre ad essere in competizione con tutti, che ci spinge a lamentarci costantemente delle nostre vite, è per questo motivo che forse la personalità diretta, solare e travolgente di Massimiliano ci ha conquistati.

“Diciamo che Pizza Boy è quella parte di me che non se ne andrà mai dall’Italia, perché anche se ultimamente ho passato più tempo in America sono sempre fiero di essere italiano e mi piace portare il paese che rappresento sulle spalle. Il nome nasce nel momento in cui finisco il mio primo video da professionista, ma non sapevo come chiamarlo; le leggende del mio sport “PARX”, “WATSON”, “GRUBB” avevano appena iniziato a chiamarmi così dopo che sono andato a casa loro a cucinargli delle pizze e da lì chiamammo il video PIZZA BOY ed il resto è storia.”


