Alessandro Belluschi, in arte Pellet (o Pugnetto). Da cosa derivi "Pellet" glielo abbiamo chiesto, perché fondamentalmente siamo dei fottuti curiosi, però sappiamo anche quando è il momento di accettare un silenzio e andare oltre la mera curiosità per capire che, delle volte, rispettare chi si ha davanti conta più dell’hype, anche quando si tratta di una fanzine digitale.E allora ci siamo trovati davanti questo ragazzo giovanissimo e, ve lo diciamo chiaramente, un minimo di domande su di lui ce le eravamo fatte, e forse anche delle risposte perché il pregiudizio è un mattone con cui costruiamo la nostra casa ogni giorno per proteggerci da ciò che non conosciamo.
"Lo stigma è il processo nel quale la reazione degli altri spoglia l'individuo della sua identità, trasformandolo da una persona intera e normale a una persona segnata e screditata." Erving Goffman

ALLA SOGLIA DEL BURNOUT
Parliamoci chiaro: sembriamo tutti sulla soglia del burnout. Siamo tutti al limite, corriamo come se salvassimo vite (nella maggior parte dei casi non abbiamo una laurea in chirurgia, ma forse poco ci importa). Spesso corriamo più per dimostrare qualcosa che perché lo dobbiamo fare sul serio, e diamo la colpa a questa società perché forse è l’unica maschera che ancora ci permette di sopravvivere. E allora ben venga quando qualcuno decide di creare un progetto che parla di sport, ben venga se due ragazzi decidano di entrare in società per un progetto che parla di tempo perso; un progetto che non ha nessuna voglia di essere impegnativo, ma vuole solo bloccare un momento in un campo e tornare a essere dei ragazzi di 10 anni che corrono dietro a un pallone (questo lasciatecelo dire).
"Ci siamo sempre più resi conto che la gente fosse stanca di chi si concentrasse troppo sulla perfezione di un drink e che pian piano si stesse perdendo il contatto con la clientela. Da qui abbiamo deciso di creare un evento che facesse staccare la spina a tanti colleghi del settore e creasse un momento di incontro che non dovesse essere necessariamente una competition o una masterclass. Per tornare a focalizzarsi sulla voglia di far festa e stare insieme: lo sport è l'elemento più simile alla convivialità e al fare gruppo. Mentre i brand che decidono di abbracciare il progetto possono avere contatto con diverse realtà della industry come mai riunite in un solo evento."

PERCHÉ ANCHE I BARTENDER SEMBRANO AVERE UNA VITA
Per chi non lo sapesse, anche i bartender hanno una vita. Eh sì, dopo le 12 ore di shift (vogliamo essere polemici oggi?) anche loro tornano a casa, anche loro vanno nei bar a bere (spesso frequentano sempre i soliti posti, e qui potremmo consigliarvi qualche bar poco convenzionale) ma soprattutto anche loro vogliono divertirsi come tutti noi consumer. Troviamo brillante l’idea di metterli tutti su un campo a giocare. Per chi volesse polemizzare più di noi, sappiamo bene che nessuno ha inventato l’acqua calda e che questo tipo di eventi esistono già; ma come nella moda, non è fondamentale inventare qualcosa, quanto rendere vivo ciò che è già presente. E qui possiamo dire che il buon Pellet e il suo socio Francesco Losappio lo stanno facendo, regalando un momento di ossigeno attraverso il suo road show: BARTENDER SOCCER GAME
"Ciò che veramente rimane a chi partecipa all'evento è, in primis, stringere rapporti con colleghi che in maniera così ludica non riuscirebbero a incontrare. Siamo convinti che alla base di chi sceglie questo lavoro, oltre a una strana forma di masochismo, debba esserci la voglia di star bene tra la gente, regalare momenti di spensieratezza, cultura e divertimento. Tra i partecipanti abbiamo avuto, e avremo, la fortuna di avere professionisti della bar industry più che mai intenti a tenere vivo questo desiderio. Dall'antica Grecia abbiamo preso il concetto sacro di ospitalità che andava oltre il volere degli dèi stessi e sempre da questa affascinante cultura sono partite le Olimpiadi: non è una casualità, siamo tutti agenti dell'ospitalità. Non fa differenza da luogo a luogo, si può essere uniti tutti sotto questo 'credo'."
LA POSIZIONE OBBLIGATORIA

Ciò che Ale ci insegna è che perdiamo troppo tempo a bloccarci; siamo noi, spesso, a limitarci nelle nostre possibilità. E lui lo fa con una schiettezza che fa paura, in maniera diretta e sfrontata, parlando della sua disabilità prima che siano gli altri a farlo. Te la sbatte in faccia, togliendoti quella possibilità di finzione che tutti noi ostentiamo davanti a qualcosa che non conosciamo; ti obbliga a non dover far finta di nulla, ti obbliga a prendere una posizione. Forse all’inizio abbiamo pensato che ne parlasse troppo, che spingesse troppo il tasto sull’acceleratore, ma poi ci siamo resi conto che non ne parla troppo: siamo noi troppo abituati a far finta che certe cose non esistano. Apprezziamo che qualcuno abbia trovato forza e coraggio dove tanti, purtroppo, cadono. Questa cazzima che vediamo in lui ci piace perché, CAZZO, se ha capito come far funzionare la sua vita. Ovvaimente se cercate in questo testo i numeri, i dati e l’engagement sul progetto siete nel posto sbagliato ma forse questo avete imparato a capirlo.
"Io mi sento un ragazzo a cui è sempre piaciuto scavalcare i limiti imposti, nonostante l’enorme fatica. Mi è sempre sembrato strabiliante avere idee che, quando vengono dette per la prima volta, sembrano folli e poi, quelle poche volte in cui riesco a concretizzarle, essere etichettato come 'genio'. E soprattutto ringrazio tutti coloro che ogni giorno mettono a disposizione il loro tempo per darmi una mano che, alla fine, ne ho solo una che funziona."


