Marco Russo mi accoglie in casa sua così: un piatto di finocchi, aneto e peperoncino sul tavolo e nessuna voglia di recitare la parte della leggenda. Passiamo in un attimo dall’immagine del “bello e dannato” del 1930 all’uomo sensibile, quasi nudo nella sua verità, che forse da uno come lui non ti aspetti.
“Ero la mente e il portafogli, ma a un certo punto guardi i numeri e non provi gioia. Provi soffocamento”, mi dice fissandomi negli occhi. Non c’è nostalgia, solo la freddezza di chi ha tagliato i rami secchi per non morire insieme a loro.

Marco Russo

SCENDERE DALLA GIOSTRA.

“Mi sono reso conto che stavo invecchiando”, continua mentre mangia. “A mio avviso non è un lavoro in cui puoi stare sempre in prima linea fino a 60 anni, perché a un certo punto passi di moda. E alla gente di quello che metti nel bicchiere importa ma non è la sua priorità.
Mollare all’apice del successo è un gesto che pochi hanno il fegato di fare. Lo chiamano egocentrismo, quel bisogno di restare attaccati alla luce finché non diventa ridicolo. Marco ha preferito il buio, o meglio, la luce del giorno. “Mi ero rotto il cazzo di lavorare di notte, mi toglieva vita con mio figlio. Tutto inizia e tutto finisce. Ho scelto di staccarmi per salvare la testa”.

MILANO, LA FIERA DELLA VANITÀ.

Mentre parliamo, emerge il ritratto di una Milano che mastica e sputa. Dietro il bancone del locale più esclusivo d’Italia, Marco ha visto passare di tutto: sorrisi finti, parassiti a caccia di un tavolo, gente pronta a pugnalarti per un po’ di visibilità.
“Quelli che ti cercavano per scroccare e prendere luce… oggi li senti? La risposta è no”.
Oggi quella “pacconeria” aggressiva è sparita. “Era uno scudo, una maschera creata da bambino quando mi sono trasferito fuori città. In un mondo dove è difficile aprirsi, io mi ero costruito una corazza. Quel concetto di ‘ingestibile’ era solo soffocamento e immaturità”.

Marco Russo

LA CONCRETEZZA DELLA TERRA E LO CHAMPAGNE.

Il mondo del bar vende esperienze. Oggi Marco vende metallo e logistica con la sua società di NCC. “Un mese dopo la vendita avevo già in testa la nuova azienda. Ho visto la probabilità dei soldi”.
La sua metamorfosi è quasi totale. Niente alcol nella quotidianità (“bevo pochissimo, non ne sento il bisogno”), tanta palestra e un ritorno alle origini quasi brutale: un orto. “Voglio i miei prodotti direttamente dalla terra. Siamo quello che mangiamo”.
Ma attenzione a non scambiarlo per un santo o un eremita. Marco Russo resta Marco Russo. Anche se oggi vive di alimentazione sana e prodotti della terra, la sua anima da esteta non è morta: “Per la cronaca, vado ancora nei ristoranti stellati e bevo ancora Champagne”, dice con quel ghigno di chi sa di poter ancora dettare le regole del gioco. Se deve fare lo spaccone, lo fa alle sue condizioni.

IL MISTERO DEI TRE PROGETTI.

Mentre finiamo di mangiare, il discorso cade sul futuro. Marco non è uno che si siede a guardare i successi passati. Ha tre progetti che gli frullano in testa, tre direzioni diverse che stanno prendendo forma mentre fuori Milano continua a correre senza meta.
“Ho altri tre progetti pronti”, conclude con un sorriso indecifrabile. “Tutti lontani dal mondo del bar… o forse uno NO”.
Si alza, sparecchia. Niente Glovo, niente comparse. Solo un uomo che ha capito che, per tornare a essere davvero se stesso, doveva prima uscire dalla gabbia dorata che lui stesso aveva costruito.