E come Totò e Peppino De Filippo nel capolavoro degli anni '50 “Totò, Peppino e la... malafemmina” (e se non lo avete visto non offendeteci, non ditecelo, ma rimediate perché è ora di studiare un po’ di storia) arrivarono a Milano carichi di sogni e, in quel caso, di guanciale, ci piace immaginare Alessandro D’Alessio e Dario Tortorella allo stesso modo. Due figure totalmente diverse ma unite da qualcosa che va oltre la passione: quando parli con loro ti porti a casa il calore del Sud. Non ti porti a casa quella sensazione che spesso appare di vittimismo e debolezza (speriamo che siate abbastanza intelligenti da capire che la nostra è una provocazione), tu ti porti calore, vita, cultura e modernità.

Alessandro D'Alessio & Dario Tortorella

LA MIA TERRA

E qui parliamo di Campania e di Puglia, due terre così diverse e così unite; terre dove il sole rende forse tutto più dolce, ma dove allo stesso modo emergere in un campo come quello della mixology non è mai così scontato. Terre spesso ricordate più per i problemi socioculturali (e non stiamo dicendo che non ci siano) che per il vissuto e l’appartenenza. Appartenere a quei posti crea un legame viscerale con la terra che ti porti ovunque tu sia: che tu ti trova in un Tiki Bar a Milano oppure in giro per l’Asia, la cazzima che si portano dietro non cambia.

"Me ne rendo conto tutti i giorni quando i clienti vengono al banco e, tra una chiacchiera conoscitiva o un'altra, quando dico loro che sono pugliese tutti mi dicono: 'Wow, la Puglia, bellissima!', no? Tutti esprimono dei forti sentimenti verso questa regione per chi l'ha visitata, ma soprattutto anche chi non l'ha visitata ancora ha un forte desiderio di visitarla." ALESSANDRO D’ALESSIO

SLIDING DOORS

E se per un giorno decidessimo di spostare Dario al Tiki e Alessandro all’Antiquario, cosa succederebbe? Edo, Alex, vi stiamo vendendo un’idea senza fee: pensateci e fateci sapere. Se spostassimo l’uomo in cravatta nel mondo Tiki e l’uomo del Tiki nel mondo dell'eleganza, cosa ne verrebbe fuori? Queste due personalità così contraddistinte, forti e irriverenti, come reagirebbero all’impatto? La domanda che ci poniamo spesso verso i bartender quando li vediamo nei loro luoghi di lavoro è: sono nel posto giusto o sono nel posto che in quel momento è loro utile? Il lavoro nel mondo del bar è un lavoro che ti permette di entrare in contatto con molta gente, di vivere ancora il calore delle persone ma allo stesso tempo i turni, gli orari folli ti tolgono un po’ di vita e allora forse se non lo fai con passione rischi di sentirti in gabbia.

"Beh, io non vedo l'ora di fare un turno alll'Antiquario, direi che la cosa che cambierei nei primi 5 minuti è sicuramente la cravatta. Cavolo! E Dario mi odierà per questo perché Dario ama le cravatte, ma io proprio dopo un po' ho bisogno di slacciar tutto, non... non ce la faccio, non ce la faccio. Faccio una fatica a portare le cravatte pazzesca. Però devo ammettere che la white jacket è sempre stato un po' sinonimo di eleganza nel mondo del bar. Guarda, basti pensare anche a bar come lo Schumann’s di Monaco, che è sicuramente un bar ispirazionale per l’Antiquario ma anche per il Rita a Milano; o comunque sia, anche se guardo insomma un po' i bar cubani che antecedono poi la miscelazione Tiki, sono tutti un po' camicia bianca, no? Total white. ALESSANDRO D’ALESSIO

Diventano una gabbia le cose che fai controvoglia. Oggi dai bar si cerca altro (guest, gare, classifiche, visibilità, ecc.) e quando questo "altro" non arriva ti mangi il fegato e pensi: "chi me lo fa fare, sono in gabbia, mando all’aria la formalità e sti cazzi del locale". Accade quando si indossa una divisa solo per uno scopo… Lo capisco, però essere un bartender non è questo, forse qualcuno ha sbagliato mestiere. Io nella vita ho scelto di fare il bartender e ho scelto di farlo tutti i giorni, e per farlo di base mi basta stare in un bar. Tutti i giorni vado a lavoro pensando che vado a fare una cosa che ho scelto, poi quello che viene, viene. Probabilmente del Tiki non cambierei molto o niente, mi piace così. Le camicie, le fiamme, i grandi classici e i sorrisi: tutto perfetto, tutto insieme. L’ultima volta ho bevuto un Navy Grog perfetto, chi te lo fa un Navy Grog? Bisognerebbe prima lavorarci per capire tutte le dinamiche. Al momento mi baso su quello che vedo dall'altro lato del bancone e le facce felici e rilassate delle persone non mentono. Ecco, però ora mi hai fatto venire voglia di un Mai Tai: dai, mese prossimo ripasso e ti aggiorno, magari cambio cocktail. DARIO TORTORELLA

Alessandro D'Alessio & Dario Tortorella

IL CALCIOMERCATO DELLE COMPETITION

Siamo nella stagione delle competition come se fosse il calciomercato dei nuovi volti per i brand e il calciomercato della visibilità dei bartender; siamo nel momento dove la domanda spesso è: ma vince chi è bravo o chi fa più volumi? È tutto truccato o dietro c’è meritocrazia? Senza arrivare a parlare dell’importanza di una piuttosto che di un'altra, del valore di una e del valore di un’altra... mentre tanti si pongono queste domande e molti altri si chiedono ancora se effettivamente le competition abbiano lo stesso peso di qualche anno fa, noi ci siamo concentrati a parlare con due personaggi che le competition le hanno fatte e le hanno anche vinte (e per chi se lo chiedesse, non abbiamo chiesto a loro se siano vere o finte).

“Ogni vittoria è a sé e dipende da quanto bene ti giochi l’occasione e quanto i punti si uniscono. Si festeggia quel giorno e poi si torna al bar a dargli valore. Il valore si dimostra tutti i giorni. I riflettori riflettono il valore, non basta vincere una gara. Questa cosa anche Alessandro la sa bene. Una cosa che però mi ha divertito è aver portato, per la prima volta, la vittoria della Competition geograficamente un po' più giù!” Dario Tortorella

"Sì, sicuramente devo ammettere che, al di là del peso specifico e io credo che il peso specifico debba essere pesato in base a quelle che sono le esperienze e le gare di ognuno, la gara è per me solamente una ciliegina sulla torta, un obiettivo che possa renderti felice e grato di quello che fai tutti i giorni al bar, quindi un qualcosa in più. Ci tengo a sottolineare che Dario è stato motivo di ispirazione anche durante lo speech finale. La prima frase della mia gara, quella che ha rotto il ghiaccio e mi ha permesso di esprimermi al meglio davanti a 500 persone, è stata ispirata proprio da lui. Non posso far altro che ringraziarlo, al di là dell'amicizia, per il rispetto professionale e per gli spunti che mi ha dato quel giorno." Alessandro D’Alessio

IL BLUFF DEL TREND

Proprio come Totò e Peppino arrivavano a Milano guardando con sospetto tutto ciò che non fosse pane, olio e sani valori rurali, oggi il bancone vive un paradosso simile. Da una parte la ricerca dell'autenticità e del territorio, dall'altra trend che iniziano a "stancare" chi il bar lo vive davvero ogni giorno; quei trend che spesso non nascono per accontentare il cliente ma l’ego del bartender, come se a volte ci dimenticassimo che se non si fa cassetto le serrande chiudono. E ci piace parlare con due personaggi che hanno quella capacità di parlare di autenticità e di territorio con sostanza e valore, termini che spesso dimentichiamo.

"Non mi piacciono le tendenze in generale, il copiare la qualunque in contesti dove alcune cose non funzionano, solo per appagare l'ego personale o dimostrare a chissà quale pubblico dei social. Si usa il bar come uno sfondo per contenuti invece che come luogo per far star bene le persone. La coerenza prima di tutto. Oggi è come se alcune cose le dovessi fare per forza ma non va bene, non si vende. Vorrei fare qualche esempio ma mi limito! Ah, in alcune sere farei scomparire la panna!" DARIO TORTORELLA

"Sì, ciao! Risposta diretta e super semplice: Milk Punch, hanno rotto il cazzo, cioè sanno tutti uguale di latte, tutti quanti lattiginosi, brutti, boh, boh. Se non fatti bene, male male, bocciati. E soprattutto il Fake Lime, cioè basta con questo Fake Lime! Ma piuttosto usate lo Sweet & Sour della Fabbri in polvere che è più buono!molte volte nel mondo del bar si tende molto di più a vedere l'ego del bartender e la parte conoscitiva, il know-how, che ci sta da un lato, ma che a volte viene fatto per i colleghi. Molte volte bisognerebbe capire, costruire un drink per gli ospiti. È il motivo per il quale molte volte andando nei bar mi rendo conto che è difficile anche per me scegliere un drink. Mi metto nei panni di un ospite normalissimo che va al bar per bere un semplicissimo, magari, Daiquiri o quant'altro. Ecco, molte volte si fanno i drink, si costruiscono dei drink, quello che noto sull'ego del bartender, ma soprattutto si costruiscono drink per bartender. In realtà dovremmo cominciare a costruire meno drink per bartender e più drink per gli ospiti." ALESSANDRO D’ALESSIO

IL SENSO DEL VIAGGIO

Uno di loro ha posto una domanda a noi di Spaghetty: "Ma tutto questo storytelling, tutto questo che state creando, cos'è?". La risposta è semplice: il nostro è un viaggio. Ovviamente abbiamo una meta, abbiamo una direzione e abbiamo un obiettivo che cambia però ogni giorno. Perché Spaghetty è un'evoluzione, un progetto; Spaghetty ci permette di dare voce a tutto quello che spesso non si può dire e soprattutto ci permette di andare oltre l’apparenza e creare qualcosa che ci fa svegliare la mattina con la voglia di dire: "CAZZO, STO FACENDO QUELLO CHE VOGLIO".

E per chi se lo chiedesse, non vi diremo chi è Peppino e chi è Totò, però ognuno di voi potrà decidere a chi legare maggiormente il personaggio. Una cosa la vogliamo dire: a nostro avviso tutti coloro che hanno quella voglia di partire verso un percorso nuovo e lontano dalla propria comfort zone si possono rispecchiare in loro.